venerdì 28 agosto 2015

Dario Fo e la “Sponda Magra” del lago Maggiore

Il grande premio Nobel e la sua infanzia nei paesi della costa lombarda del lago Maggiore.
La scuola di Bassano, dove ha studiato Dario Fo
La scuola di Bassano, dove ha studiato Dario Fo

C'è un legame profondo ed indissolubile che lega Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, al lago Maggiore e particolarmente al tratto di costa varesotto ricordato un po' dispregiativamente come “Sponda Magra”: è il legame dell'infanzia e di quelle radici che segnano tutta un'esistenza. Sosteneva lo psicanalista austriaco Bettelheim (che dedicò buona parte dei suoi studi all'età evolutiva) che i primi sette anni della vita di un uomo sono fondamentali per la sua formazione e futura esistenza. Fo ne è profondamente convinto e ne parla in maniera approfondita nel suo libro "Il paese dei Mezarat. I miei primi sette anni (e qualcuno in più)"
e potete trovarlo a questo Link.


Sangiano, innanzi tutto, dove Dario Fo è nato, nel 1926, da padre ferroviere e madre contadina. Il mestiere di papà Felice, capo stazione delle Ferrovie dello Stato, sarà di fondamentale importanza: molto per gli spostamenti, a cui tutta la famiglia era costretta per seguire il capofamiglia e molto anche per la particolare teatralità che treni e stazioni regalavano al piccolo Dario:
«Io venni al mondo fra un omnibus e un "merci", in quella fermata sussidiaria a quattro passi dal lago (Antelacus, è scritto su un reperto romano). Erano le sette del mattino quando mi decisi a far capolino fra le gambe di mia madre. La donna che fungeva da levatrice mi tirò fuori e mi sollevò come fossi un pollo, per i piedi. Poi velocissima, mi assestò una gran pacca sulle natiche... urlai come un segnale d’allarme. In quell’istante transitava l’omnibus delle sei e mezzo... che arrivava naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre giurato che il mio primo vagito aveva superato di gran lunga il fischio della locomotiva. Dunque io vidi la luce a San Giano per decisione unica delle Ferrovie dello stato...».
Poi Pino Tronzano con la frazione di Bassano, a 600 metri d'altezza dove si recava ogni giorno per studiare e Porto valtravaglia: «... ma lì (a Sangiano) son nato solo per l’anagrafe. In verità, per quanto mi riguarda sono venuto al mondo e ho preso coscienza trenta-quaranta chilometri un po’ più in su, lungo la costa del lago, a Pino Tronzano, e qualche anno dopo a Porto Valtravaglia, sulla sponda magra del Lago Maggiore. Entrambi sono stati i miei "paesi delle meraviglie". I luoghi che mi hanno scatenato le fantasie più pazze e hanno determinato ogni mia scelta futura....».
A Pino Tronzano, a ridosso con il confine svizzero, la famiglia Fo si trasferisce ben presto e Dario, nel suo libro autobiografico ne racconta ampiamente:
«Io ero letteralmente affascinato da quel posto: la sta­zione era più grande di quella dov'ero nato. Noi si abitava sopra, al primo piano. Un centinaio di metri più sotto, a picco, c'era il lago. Alle spalle montava una parete rocciosa dentro la qua­le era scavata una strada che, disegnando un gran numero di tourniquet, saliva fino al paese: una cinquantina di case abbarbicate quasi una sull'altra come in un bassorilievo romanico. C'erano una torre antica, un campanile con sot­to la pieve e un gran palazzo che ospitava il municipio, la scuola e pure il pronto soccorso...
...Avrete già indovinato che quella nostra stazione si tro­vava completamente isolata: ci abitavamo solo noi e il can­toniere guardascambi con sua moglie. Sotto, al fondo della scarpata, di fronte alla scogliera che si inzuppava nel lago profondo, era sistemata la caserma della finanza con l'at­tracco per una motovedetta e una piccola nave-faro chia­mata Torpedine. La notte c'era un gran silenzio, interrotto per lunghi tratti dal battibatti della pompa che pescava l'acqua dal la­go per riempire il grande serbatoio che avrebbe rifornito le locomotive in transito, da e per la Svizzera. Mi piaceva moltissimo quel pulsare... sembrava il cuore della stazione: calmo e rassicurante...». 
Anche la Svizzera è fonte di numerosi ricordi e personaggi: dai tetti che il bimbo Dario immaginava essere fatti di cioccolata, ai contrabbandieri che combattevano una guerra quotidiana con i finanzieri «di stanza sul confine». Vivido il ricordo di una colossale nevicata «...verso febbraio, nessuno se l'aspettava, c'era stata un'altra tremenda nevicata che aveva superato il metro. I camion non transitavano più. Pure la ferrovia era bloc­cata: una slavina era franata proprio fra le due gallerie di Zenna e la neve intasava anche la via per Luino. Ci si muoveva solo con gli sci e con le slitte. Noi ragazzini non ci si rendeva conto di cosa volesse dire trovarsi completamente isolati; neanche per via lago si poteva raggiungere la costa svizzera o quella di Luino: tirava un vento di maestrale che sollevava onde da marenca, tanto che la notte avanti il motoscafo della finanza aveva divel­to gli ormeggi e, andando a sbattere contro gli scogli, s'era inabissato. Ma per noi era la pacchia: si sciava dappertutto, bat­taglie con le palle di neve e poi quell'avventura di trovar­ci tagliati fuori ci faceva sentire come naufraghi su un'isola deserta. Anche la gente della valle non era preoccupata più di tanto, un po' di scorte nei tre o quat­tro negozi d'alimentari c'erano ancora. Il macellaio, inol­tre, poteva disporre di agnelli e capretti a volontà e, so­prattutto, i contrabbandieri adesso avevano il via libera: i finanzieri di stanza sul confine infatti non erano in grado di muoversi con sufficiente agilità su quei bricchi tanto innevati e solo gli spalloni con i loro sci fatti in casa pote­vano rischiare il transito scivolando su quelle scoscese eseguendo veri e propri numeri da circo, per di più carichi di bricolle ricolme di sigarette e altre merci di contrabbando». 
Porto Valtravaglia, successivo luogo di residenze del giovane Fo e della sua famiglia, fornisce il titolo al libro: Mezarat (mezzi topi e quindi pipistrelli), erano chiamati gli abitanti di questo paese. Impiegati in gran numero come soffiatori di vetro nelle locali vetrerie svolgevano il loro lavoro soprattutto di notte proprio come i pipistrelli. A Porto Valtravaglia Dario, ormai più “cresciutello”, viene a contatto con i “fabulatori” e sarà un'esperienza fondamentale per il suo lavoro teatrale. I “fabulatori” giravano i paese del lago Maggiore raccontando storie surreali e grottesche mescolando abilmente realtà e finzione. Da soli, al centro della piazza, utilizzavano gestualità mimica e vocalità per interpretare i diversi personaggi.
Dopo il periodo milanese, con la frequentazione dell'Accademia di Brera, Dario Fo, nel suo Paese dei Mezarat, regala un'aneddoto ed una citazione anche a Luino: l'episodio, più tardo (siamo nel 1987), riguarda il giorno del funerale del padre Felice, avvenuto contemporaneamente a quello dello scrittore Piero Chiara: quando la banda, al seguito del feretro di Pa' Fo, iniziò ad intonare  "Bella Ciao", venne seguita, per equivoco, dalle persone che erano intervenute al funerale di Chiara lasciando la piazza, dove doveva arrivare, da Varese, il feretro completamente vuota.
Se ne parla nell'articolo ed è davvero un libro imperdibile,  
 

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